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Il bolognese Sebastiano Serlio (1475 circa-1554) fu un architetto attivo tra Roma, Venezia e la Francia: il suo contributo più rilevante è però costituito da I sette libri dell’architettura, usciti in modo discontinuo tra il 1537 e il 1575. L’importanza dell’opera teorica del Serlio, arricchita da una grandiosa serie di incisioni silografiche con la raffigurazione di moltissimi esempi architettonici, sta in una rilettura della proposta vitruviana mediata però dal riscontro sui resti classici e sull’esperienza dei moderni.

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L’opera ebbe largo successo visto che forniva una larghissima messe di modelli ed esempi, tanto da essere citata dall’Amico stesso (1620, c. Ss1r), che pure ne contesta un’affermazione (Serlio, III libro, 1562, p. 91): la Biblioteca della Custodia, sotto la segnatura CIN A 84, conserva un esemplare (piuttosto lacunoso e danneggiato) dell’opera del Serlio, forse proprio quello usato da Bernardino Amico. Nella suddetta pagina (dedicata alle cosiddette Tombe dei re, probabilmente il sepolcro della regina Elena di Adiabene) l’Amico si lascia andare a una perorazione a favore del loro riconoscimento come uno dei tesori della Città Santa: «Non per altra cagione vedo io che fra le sette maraviglie del mondo non siano celebrate le spelonche regie, né dagli uomini in tanta ammiratione tenute, se non perché, essendo cose sotterranee, & ignote, e quasi sepolte fra le tenebre, non sono anco venute alla luce, né a i nostri paesi fatte cognite; e perciò io, che quelle diligentemente ho viste & osservate, mi sono accinto a palesarle a i curiosi lettori, quali soprapresi da grande stupore, che in esse si trova, sicuramente diranno, grave torto averli fatto li scrittori, mentre con encomij, lodi e panegirici, a guisa del Tempio di Diana, delle Piramidi d’Egitto, delle mura di Babbillonia, e d’altri superbi edificij non l’hanno per questa gran mole del mondo rese chiare, & illustre» (1620, c. Ss1r).